Concorso di Idee - Un edificio industriale
Le richieste: un edificio in ampliamento e a completamento di un insediamento produttivo artigianale la cui immagine sia in grado di travolgere un esistente anonimo e muto mediante un linguaggio capace di trasmettere l'apprezzata attività di famiglia.Il volume degli uffici e dell’abitazione deve comunicare una sapienza complessiva che crescendo è andata oltre la manualità dell’artigiano sconfinando nelle capacità di ingegnerizzare e commercializzare un prodotto la cui versatilità è ancora da scoprire.
Quando ho cominciato a pensare a un’architettura adatta a questa azienda di carpenteria leggera che fosse in grado di esprimere la sicurezza di una ditta affermata, ma anche la leggerezza del prodotto e la sua plasticità prestazionale ho pensato alle architetture di Morphosis e di Thom Mayne.
L’architettura delle “corporate” americane pensata per incutere rispetto con forme fortemente moderniste che trasmettano efficienza, confort e successo.
Mi sono allora ricordato di esempi vicini certamente ispirati a questi teoremi, ma che parlano un altro linguaggio, e ho immediatamente realizzato che avrei lavorato in senso opposto, contro l’anonimia di vetro e alluminio delle scatole “corporate”, partendo dall’anima che questi edifici non possiedono.
Come sempre l’anima l’ho cercata non nella forma del fabbricato, ma nella funzione che questo deve avere. Non nel cliche’ degli spazi amministrativi e commerciali, ma nella potenza di quelli del lavoro degli operai.
Un lavoro condiviso con altri artigiani che vengono da fuori a ordinare i loro pezzi lavorati e semilavorati condividendone la realizzazione.
E’ la produzione di un semilavorato, non finito, una produzione intermedia che ha stimolato il progetto del nuovo edificio.
Un’architettura di relazione. Un termine poco consono a un’attività artigianale, ma è esattamente questo che ha guidato le nostre scelte.
Questa forte tensione creata da una lavorazione intermedia che ha bisogno della relazione col prima e col dopo.
Un’architettura non assoluta, disposta al dialogo, alla trasformazione, all’evoluzione.
Un’architettura umile che vuole dialogare senza imporsi, ma accattivante proprio per questo suo porsi in modo non definitivo come i veri sapienti, i maestri, gli artigiani.
Un’architettura che possa invogliare al dialogo su di lei, a discutere di lei come si discute su un pezzo di lamiera che si trasforma in una scala, in un serbatoio, in una scaffalatura.
Contesto:
La strategia e la tecnica costruttiva
Da anni il mio studio si occupa di ingegnerizzare e ottimizzare il progetto e il cantiere partendo dal presupposto che l’edificio abitato è un organismo in evoluzione, non necessariamente in crescita, ma in continua trasformazione. Questo avviene non solo per gli edifici del lavoro, ma anche per quelli della cultura. Ovunque ci siano più persone pensanti, ovunque ci sia voglia di crescere, voglia di progresso. Ho visto nel tempo imprese edili di centinaia di muratori trasformarsi in studi di engineering con magazzini di materie prime, piccoli artigiani in officine completamente automatizzate e sempre con grandi sprechi di risorse edili per trasformazioni incoerenti mediante tecnologie desuete.
Occorre credere nel progetto il cui unico compito è quello di rendere sostenibile l’opera. Sostenibile dal punto di vista economico rapportando l’investimento alla produzione. Sostenibile dal punto di vista energetico che è la stessa cosa. Sostenibile dal punto di vista ambientale che a medio termine non è mai in contraddizione con i primi due punti (se vivere e lavorare significa abitare la natura).
Sostenibile in architettura e in edilizia significa efficienza, produrre più energia di quanto se ne consuma, significa flessibilità, confort abitativo, aspetto gradevole e stimolante, decoro anche nelle fasi di cantiere.
Un’architettura work in progress, se necessaria a frazionare l’impegno economico commisurando la crescita alla produzione aziendale, ma sempre e sin dall’inizio all’interno di una progettazione complessiva nella quale non trovano spazio né l’improvvisazione né l’illegittimo urbanistico.
Tutto ciò comporta una costruzione definita “a secco”, con una scala di dettaglio altissima, una tecnologia più che sperimentata e ormai secolare nei paesi di grande tradizione industriale soprattutto anglosassone, che Archos sta da tempo con successo e soddisfazione applicando anche a edifici scolastici, residenziali e per il culto.
Un sistema costruttivo che, implicando una progettazione raffinata anche nel dettaglio, conferisce all’opera una forte personalità architettonica.
Un sistema costruttivo che si basa su una prefabbricazione spinta che implica competitività tra fornitori (interessati a ingegnerizzare ulteriormente il prodotto per vincere la concorrenza) garanzia quindi di controllo economico e contenimento dei costi.
Un sistema costruttivo basato su una necessaria modularità, garanzia di flessibilità, risparmio e realizzazione frazionata in modo programmato in linea con le esigenze della produzione aziendale.
A questo punto, una volta apprezzata la filosofia di progetto e certi del conseguente potenziale espressivo, andrà applicata con rigore la regola del minor spreco per la massima efficienza funzionale. Semplificare non significa banalizzare, ma togliere il superfluo, il più delle volte la complessità accattivante di una realtà aziendale è data dalla ricerca della semplificazione, dal minimalismo, matrice di maggiore operosità.
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